CINEBABEL BRASIL

martedì  20:30

Dopo l’escursione dell’anno scorso nei territori dell’aldilà, Babel torna a concentrarsi su un paese e la sua letteratura: il Brasile. E i cineclub di Locarno, Bellinzona e Lugano aderiscono con entusiasmo, proponendo per CineBabel un programma di film che spazia dal Cinema Nôvo degli anni ’60 ad opere recentissime perlopiù inedite in Ticino. Doveroso ci è sembrato ricordare la straordinaria figura di Glauber Rocha, di cui offriamo quattro suoi indimenticabili film, realizzati tra il 1962 (l’esordio con Barravento) e il 1967 (Terra em transe), e che hanno rivoluzionato la storia e l’estetica del cinema brasiliano. A questi abbiamo aggiunto un film poco conosciuto, considerato forse l’ultimo sussulto di quell’esperienza, São Bernardo di Leon Hirszman, tratto dal romanzo omonimo di Graciliano Ramos.

Gli altri sei film di autori brasiliani sono degli anni 2015-2018 e permettono sguardi molto diversi sulla realtà multiforme di un paese vastissimo, dove convivono modernità e tradizione, inquietudini metropolitane e tenaci radici rurali. Completano il programma due film girati in Brasile da registi non brasiliani: Birdwatchers – la terra degli uomini rossidell’italo-argentino Marco Bechis (2008), che ci porta nel cuore dell’Amazzonia per mostrarci che ne resta degli indios Guarany; e Favela olimpicadello svizzero Samuel Chalard, che indaga sullo sgombero di una favela di Rio in occasione dei giochi olimpici del 2016.
Tredici film per introdurci alla comprensione di un paese complesso e per permetterci di apprezzare il valore della sua cinematografia, di ieri e di oggi.

Michele Dell’Ambrogio, Circolo del cinema Bellinzona

11.09.2018 | DEUS EO DIABO NA TERRA DO SOL (Il Dio nero e il diavolo biondo)

regia: Glauber Rocha; con: Geraldo Del Rey, Yona Magalhïes, Mauricío Do Valle, Lidio Silva, Othon Bastos…

v.o. portoghese, st. francese/tedesco, b/n, 125′ – Brasile 1964

Un povero contadino del Nordeste, Manuel (Del Rey) si unisce alla banda di un ambiguo santone, il “beato” Sebastião (Silva) e finisce col prenderne il posto, diventando cangaceiro col nome di Satanás. Ma nel sertão compare il sicario Antonio das Mortes (Do Valle) col compito di uccidere tutti i “beati”, strumento ambivalente e cieco della dialettica storica: da una parte è al soldo dei proprietari terrieri e della Chiesa, ma dall’altro fa anche giustizia delle rivolte sbagliate, mito di morte che rappresenta comunque per i diseredati una vera liberazione.

Storia a forti tinte, fluviale e abbastanza confusa, narrata con la mediazione di un cantastorie e di molte canzoni, con un finale aperto dove Manuel continua a correre nel sertão e il cantastorie spiega che il mondo non è né di Dio né del Diavolo, ma solo dell’uomo. Capostipite del Cinema Nôvo brasiliano, affascinò soprattutto i critici europei per il suo stile grezzo e povero (l’uso frequente della macchina a mano che sottolinea con le sue imperfezioni di ripresa la drammaticità del Nordeste brasiliano), il tono populista e fintoingenuo (dove si mescolano la cultura popolare, la tradizione barocca, le influenze di una religiosità mistica e violenta). Può anche lasciar sconcertato lo spettatore che non condivide l’ossessione di Rocha di “scompaginare ciò che è ordinato” per definire un possibile nuovo ordine narrativo. Il sicario Antonio das Mortes sarà protagonista, nel 1969, del film omonimo, sempre di Rocha. (Il Mereghetti, cit.)

18.09.2018 | TERRA EM TRANSE

regia: Glauber Rocha; con: Paulo Autran, Jardel Filho, José Lewgoy, Glauce Rocha, Hugo Cervana…

v.o. portoghese, st. francese/tedesco, b/n, 106′ – Brasile 1967

Nell’immaginario paese sudamericano di Eldorado, l’intellettuale comunista Paulo Martins (Filho) è diviso tra la paternalistica amicizia che gli dimostra Porfirio Diaz (Autran), un senatore abituato a gestire il potere, e l’ammirazione per Felipe Vieira (Lewgoy), un leader populista perennemente preoccupato di ogni sua mossa: quando il potere inasprirà la repressione non potrà fare altro che andare incontro a una morte sicura.

Pietra miliare del Cinema Nôvo, raccontato con un lungo flashback, il film “è il più barocco (e wellesiano) delle opere di Rocha” [Fofi], espressione di una crisi totale – morale, politica e intellettuale – che si sviluppa attraverso delusioni e soprassalti d’entusiasmo in un magma narrativo segnato da momenti di un’eccezionale violenza lirica in cui il protagonista (un Paulo dietro cui si può riconoscere Rocha) “si inventa, si confessa, si punisce e si esalta, partecipando pienamente di un delirio barocco non privo di una sua tragica ironia” [idem]. Influenzato dalle teorie guevariste sul suicidio dell’intellettuale e percorso da una forte venatura decadente (che vede nel momento di crisi l’embrione di una futura verginità politica per l’artista, leader di ogni futura rivoluzione), Terra em transe è un viaggio cinematografico impervio, ma che spesso emoziona e coinvolge con la forza della poesia. (Il Mereghetti, cit.)

25.09.2018 | AQUARIUS

regia: Kleber Mendonça Filho; con: Sonia Braga, Jeff Rosick, Irandhir Santos, Maeve Jinkings, Julia Bernat, Carla Ribas…

v.o. portoghese, st. francese/tedesco, 140′ – Brasile/Francia 2016

Clara (Braga) è una critica musicale in pensione e vive in un piccolo palazzo degli anni Quaranta chiamato “Aquarius”, che si affaccia sullo splendido lungomare di Recife. Una compagnia immobiliare ha già acquistato tutti gli appartamenti dell’edificio per farne un grattacielo di lusso, ma Clara è decisa a non cedere la casa a cui è legata dai ricordi di una vita. Dopo i primi approcci amichevoli, gli speculatori ingaggiano una vera e propria guerra fredda con la donna, in un crescendo di violenza psicologica: abituata da sempre a combattere, Clara non ha però intenzione di arrendersi.

È il capitalismo selvaggio a cui si oppone Mendonça Filho (…) però forse, nel film, non è questo che ha importanza; forse ha più importanza la figura di Clara per quello che rappresenta, un senso pieno di identità che ci si costruisce, come uomini o come donne (ma forse come donne è più difficile e per questo la protagonista del film è tale), nella fedeltà a se stessi e nella coerenza con quello che si è progressivamente diventati, attraverso le esperienze che si sono fatte e attraverso l’apertura a quello che la vita ci ha portato. E conta anche come il film è strutturato in relazione a questo, anzi non strutturato, nonostante la divisione in tre parti (…) e il bel prologo ambientato nel 1980, preceduto dalle immagini della città negli anni Quaranta (…) È in gioco insomma il tempo, che è qui un tempo aperto, disteso, che sa cogliere quello che arriva e che non si impone sui personaggi, ma che è invece, come dovrebbe essere, vissuto. (Paola Brunetta, in “Cineforum”, 561, gennaio-febbraio 2017)

2.10.2018 | COMO O NOSSOS PAIS

regia: Lais Bodanzky; con: Maria Ribeiro, Clarisse Abujamra, Antonia Baudouin, Felipe Rocha…

v.o. portoghese, st. francese/tedesco, 102′ – Brasile 2017

Rosa (Ribeira) ha 38 anni, vive con la sua famiglia in un appartamento al centro di São Paulo e desidera solo essere perfetta: nel suo lavoro e come madre, figlia, moglie, amante. Ma più ci prova, più sente di sbagliare sempre tutto. Un’inaspettata rivelazione di sua madre la porterà a cercare altre strade…

Un viaggio nelle dinamiche della donna moderna: madre, figlia, moglie, amante, sorella e professionista. Oberata di impegni e di scelte. Trovare la propria dimensione in una società prettamente maschilista non è facile. Il film riesce a mettere in evidenza quanto la donna abbia una forza sovrumana per far fronte alle battaglie e uscire vittoriosa dalla guerra. E anche quando viene sconfitta non perde mai completamente la dignità del proprio essere, rispetto all’annullamento che molti uomini si procurano. (David Siena, in www.cineuropa.org)

9.10.2018 | MÃE SÒ HA UMA (Don't Call Me Son)

regia: Anna Muylaert; con: Naomi Nero, Daniel Botelho, Daniela Nefussi, Matheus Nachtergaele, Lais Dias, Luciana Paes…

v.o. portoghese, st. francese/tedesco, 82′ – Brasile 2016

Pierre (Nero) si gode la fine della sua adolescenza nelle feste alla moda di São Paulo ed è alla ricerca della sua vera identità sessuale. Sua madre, che ha cresciuto lui e la sorellina da sola, gli lascia una grande libertà. Ma un giorno cade dalle nuvole quando scopre che sua madre non è la sua vera madre, ma una donna che li ha rapiti alla nascita. E il suo vero nome non è Pierre, ma Felipe. Il suo ritorno presso i genitori biologici, che lo stanno cercando da 17 anni, non sarà però facile: Pierre/Felipe si rende subito conto di non poter condividere la loro concezione della vita…

Anna Muylaert non si discosta molto dai temi affrontati nel suo precedente Que Horas Ela Volta? (The Second Mother, 2015): che ne è delle nozioni di trasmissione, di complicità, di amore, quando le piste della filiazione sono state confuse dalle vicissitudini della vita? (…) La regista non cerca certo di dipanare la matassa facendo trionfare la verità più scontata, che vedrebbe “vincitori” i figli a cui sono stati subito tolti i legami fondamentali e i genitori che reclamano un “dovuto” che di fatto non gli è però mai appartenuto. Preferisce invece l’osservazione sfumata di una situazione inusuale, centrata sull’ambivalenza stoica di un ragazzo più incline a travestirsi da donna davanti a uno specchio che a farsi chiamare Felipe dopo aver per 17 anni risposto al nome di Pierre. (Gilles Renault, in “Libération”, 19.7.2016)