XAVIER DOLAN

martedì  20:30

La geniale ingenuità

A soli 28 anni ha già quasi 10 anni di esperienza. Il suo primo film, J’ai tué ma mère, è uscito infatti al festival di Cannes nel 2009, quando di anni ne aveva appena compiuti 20. Xavier Dolan, nato a Montréal il 20 marzo 1989, è di sicuro tra le promesse del cinema mondiale: i suoi film sono sempre attesi con ansia dalla critica e dal grande pubblico.
Da quando ha cominciato a girare, Dolan non ha fatto altro che ottenere riconoscimenti e premi; grazie al suo penultimo film, Mommy, ha vinto nel 2014 il Premio della Giuria al Festival di Cannes, ex equo con Jean-Luc Godard: un premio quasi simbolicamente assegnato così al più giovane e al più anziano partecipante al Concorso internazionale di quell’anno. Nonostante i suoi film siano molto diversi l’uno dall’altro, i temi preferiti da Dolan sono ricorrenti. Innanzitutto al centro di ogni storia è posto il rapporto difficile e problematico con la madre: una figura ingombrante, fastidiosa, a volte inadeguata, con cui il protagonista del film (spesso proiezionealter ego dell’autore) instaura un rapporto di amore-odio che gli condiziona e limita la vita. Vi è poi l’amore omosessuale, spesso anche impossibile, con personaggi inafferrabili, morti, o semplicemente di un sesso ambiguo. A coronare il tutto, la difficoltà-impossibilità di comunicazione tra i personaggi che passano ore, giorni, anni a parlare

senza dirsi niente, fraintendendosi, sbagliando e perdonandosi, in una sorta di circolo vizioso. Altro elemento che accomuna le pellicole di Dolan è la cura formale: ogni immagine è studiata nel dettaglio, ogni elemento è posizionato con una logica precisa. Ogni inquadratura esprime un sentimento ed è funzionale al senso del film. Vi è una ricerca della perfezione, sia nella fotografia che nella colonna sonora, la quale gioca sempre un ruolo fondamentale nelle sue pellicole e che spazia da brani di musica classica a brani contemporanei di tutti i generi. Quando si assiste a un film di Dolan, è difficile percepire la sua giovinezza. I temi che gli stanno a cuore, è vero, sono forse facilmente riconducibili all’ingenuità che caratterizza questo periodo della vita, ma il modo in cui li affronta è estremamente profondo e si rivela molto maturo. Il suo nome è stato più volte accostato a quello di grandi registi. Lui, però, nonostante citi sempre tra i suoi modelli grandi nomi come Truffaut, Godard e Gus Van Sant, afferma di non avere visto molti film nel corso della sua vita e tra i suoi preferiti indica, in primis, Titanic e Harry Potter. Questa rassegna si propone di presentare i suoi sei lungometraggi, in cui Dolan è sia regista che sceneggiatore; in alcuni di essi interpreta anche il ruolo del protagonista.
Manuela Moretti, Circolo del cinema Bellinzona

10.10.2017 | J'AI TUÉ MA MÈRE

regia e sceneggiatura: Xavier Dolan; montaggio: Hélène Girard; fotografia: Stéphanie Weber-Biron; interpreti: Anne Dorval, Xavier Dolan, François Arnaud, Suzanne Clément, Patricia Tulasne; produzione: Mifilifilms.

v.o. francese, st. italiano, 96’ – Canada 2009

Hubert è un adolescente canadese cresciuto senza il padre, divorziato dalla madre e disinteressato delle sorti del figlio. Privo di un punto di riferimento maschile e agitato dalle pulsioni e dalle inquietudini tipiche della sua età, Hubert nasconde la propria omosessualità alla madre e sfoga su di lei il dolore represso, colpevolizzandola per non amarlo abbastanza.
È uno scontro alla pari, quello tra Hubert e Chantal, ma è uno scontro frustrante, scomposto, ambivalente e impari quello che Hubert combatte con se stesso, con la propria rabbia riversa nei confronti della madre, spinta e rinfocolata dal proprio impeto ad amarla con odio. (F. Di Martino, L. Delle Vedove, Xavier Dolan, Il sentimento dell’invisibile, Roma, Sovera Edizioni, 2016)

Ma se c’è un tema, anche solo uno, che conosco meglio di qualsiasi altro, uno che mi ispira incondizionatamente, e che amo sopra a tutti gli altri, è certamente mia madre. E quando dico mia madre, intendo LA madre in senso lato, la figura che rappresenta. Perché è su di lei che torno sempre. È lei che voglio vedere vincere la battaglia, è per lei che voglio inventare problemi che lei possa avere il merito di risolvere, è attraverso di lei che mi pongo delle domande, è lei che voglio sentire gridare quando non ci siamo detti una sola parola. È lei che voglio che abbia ragione quando avevamo torto, è sempre lei che ha l’ultima parola su tutto. (Xavier Dolan in Intervista a Xavier Dolan, http://www.cinemadelsilenzio.it)

17.10.2017 | LES AMOURS IMAGINAIRES

regia e sceneggiatura: Xavier Dolan; montaggio: Xavier Dolan; fotografia: Stéphanie Weber-Biron; interpreti: Xavier Dolan, Niels Schneider, Monia Chokri, Anne Dorval, Louis Garrel; produzione: Mifilifilms, Quebec Film and Television Tax Credit, Canadian Film or Video Production Tax Credit (CPTC).

v.o. francese, st. italiano, 101’ – Canada 2010
Montréal. I due amici Francis e Marie incontrano Nicolas a una festa. Bello, colto, seducente: se ne innamorano all’istante entrambi nel momento in cui intercettano la sua figura, una scelta irrevocabile e quasi programmatica. Iniziano a frequentarsi, tutti e tre, e la concorrenza tra Francis e Marie per il cuore di Nico, da silenziosa e sopportabile si fa sempre più pericolosa e sottile, mentre il loro androgino, voluttuoso, sfuggente trofeo li scruta imparziale e super partes. A corollario, come un coro greco che annuncia l’inevitabile ed esprime il confitto fatale, uomini e donne parlano in camera delle loro delusioni Les Amours imaginaires tratta, per dirla in una frase, dell’innamoramento a due per un terzo elemento, che più che una persona è un concetto. Così come l’opera seconda di Xavier Dolan è la parafrasi visiva delle emozioni contrastanti e immersive che i due protagonisti, Francis e Marie, vivono verso un’idealizzazione incarnata. (F. Di Martino, L. Delle Vedove, Xavier Dolan, Il sentimento dell’invisibile, cit.)

Lo so che hanno menzionato il fatto che [questo film] è stata una sorpresa, nel senso che non è coerente con J’ai tué ma mère: non è il seguito, non è il sequel, è qualcosa di un po’ sorprendente e di molto diverso da J’ai tué ma mère, penso sia questo che è piaciuto. Ho cercato di smorzare le attese con un film fondamentalmente diverso e più leggero. Mi sono detto che era un modo di attenuare l’aggressività di queste attese e il loro lato un po’ impietoso. (Xavier Dolan in Xavier Dolan Interview: Les Amours Imaginaires, http://www.allocine.fr)

24.10.2017 | LAURENCE ANYWAYS

regia e sceneggiatura: Xavier Dolan; montaggio: Xavier Dolan; fotografia: Yves Bélanger; interpreti: Melvil Poupaud, Suzanne Clément, Nathalie Baye, Monia Chokri, Yves Jacques; produzione: Lyla Films, MK2 Productions.

v.o. francese, st. italiano, 168’ – Canada/Francia 2012

Laurence è un insegnante giovane e innamorato, che all’alba dei suoi trent’anni si rende conto di non sentirsi completo: la verità che in fondo ha sempre saputo emergere senza alcuna possibilità di negazione. Laurence si sente una donna, e vuole poter vivere di conseguenza. Dovrà affrontare le inevitabili conseguenze: i pregiudizi lavorativi, i problemi familiari e la frattura sentimentale con Fred.
L’ambiguità nella messinscena iniziale, nel fischio ammaliante d’inizio, in Laurence Anyways, è ancora una volta e ancora più vigorosamente espressione di uno stato interiore. In esso, noi come esseri umani prima ancora che come spettatori e critici, veniamo con forza ribaltati e catapultati; siamo dentro il punto di vista di Laurence, ancor prima che egli faccia il suo ingresso nel nostro campo visivo. (F. Di Martino, L. Delle Vedove, Xavier Dolan, Il sentimento dell’invisibile, cit.)

Da ragazzino cominciai a studiare inglese per poter recitare in un film hollywoodiano. E cominciai a vestirmi con gli abiti di mia madre, senza che lei lo impedisse: fantasticavo di vivere in un mondo mio, anzi nei film che ero io a dirigere e interpretare. Capii che era questo che volevo fare, da grande. Non ho mai voluto diventare donna: però volevo realizzare i miei sogni, vivere le mie passioni, realizzare i miei progetti, innamorarmi come accade nei film… Laurence Anyways è il mio omaggio a questa forma di amore senza limiti, che non ha confini. Anche all’amore senza speranza: quello che solo il cinema, i libri e l’arte possono immaginare. (Xavier Dolan in Xavier Dolan: in Laurence Anyways rivedo me stesso bambino, www.duels.it)

7.11.2017 | TOM À LA FERME

regia e sceneggiatura: Xavier Dolan; montaggio: Xavier Dolan; fotografia: André Turpin; interpreti: Xavier Dolan, Pierre-Yves Cardinal, Lise Roy, Evelyne Brochu, Manuel Tadros; produzione: MK2 Productions, Sons of Manual, Arte France Cinéma.

v.o. francese, st. francese per non udenti, 102’ – Canada/Francia 2013

Tom è un giovane pubblicitario che perde tragicamente Guillaume, il suo compagno venticinquenne, a causa di un incidente. Schiacciato dal dolore, si reca al suo funerale, che si svolge nella cittadina natale del ragazzo. Lì, Tom conosce la famiglia di Guillaume – l’anziana, fragile madre Agathe e lo scostante e violento fratello Francis –, ma scopre che la genitrice non era a conoscenza dell’omosessualità del figlio, e che Francis è intenzionato a fare di tutto perché non lo sappia mai.
In cinque capitoli si dipana l’adattamento di Xavier Dolan dell’omonima pièce di Michel Marc Bouchard, primo script non originale per il cineasta canadese (ventiquattro anni all’epoca) al suo quarto titolo, prova decisiva che, proprio attraverso l’approccio all’adattamento, rende chiara, nelle sue linee guida, l’idea di cinema del regista, individuandone con nettezza le coordinate stilistiche, il metodo, l’approccio (il primo piano sul fazzoletto di carta su cui il protagonista verga il suo senso di colpa preannuncia, alla sua maniera enfatica, toccante –, le modalità di gestione del côté drammatico). (Luca Pacilio in www.spietati.it)

Questa tematica [l’amore impossibile] è al cuore del mio approccio, esattamente come le relazioni madre-figlio. Sono giovane e mi baso sulle delusioni amorose che ho potuto provare fino a questo momento. Penso che non uscirò mai davvero da questi schemi. Io vengo da lì, è la mia natura, queste sono le mie lotte, i miei dibattiti, le mie esperienze. Ad ogni modo, perché dovrei liberarmi di qualcosa che mi ispira? Allo stesso tempo, Tom non ha nulla a che fare con i miei altri film. Si tratta di un thriller sulla violenza e l’intolleranza. (Xavier Dolan in Xavier Dolan: «Ma référence pour Tom à la ferme, c’est le Silence des agneaux», www.premiere.fr)

14.11.2017 | MOMMY

regia e sceneggiatura: Xavier Dolan; montaggio: Xavier Dolan; fotografia: Yves Bélanger; interpreti: Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine Olivier Pilonn; produzione: Les Films Séville, Metafilms, Sons of Manual.
v.o. francese, st. italiano, 139’ – Canada/Francia 2014
Diane è una madre single, una donna dal look aggressivo, ancora piacente ma poco capace di gestire la propria vita. Sboccata e fumantina, ha scarse capacità di autocontrollo e ne subisce le conseguenze. Suo figlio è come lei ma ad un livello patologico, ha una seria malattia mentale che lo rende spesso ingestibile (specie se sotto stress), vittima di impennate di violenza incontrollabili che lo fanno entrare ed uscire da istituti. Nella loro vita, tra un lavoro perso e un improvviso slancio sentimentale, si inserisce Kyle, la nuova vicina balbuziente e remissiva che in loro sembra trovare un inaspettato complemento.
Sembra quasi, nella quinta opera di Xavier Dolan, che solo grazie a una regressione nel senso del ritorno all’istinto l’uomo possa sopravvivere. Senza tutte quelle sovrastrutture che Steve non ha. Che Die ha smarrito. Che Kyla ha perso. Tutti hanno perso qualcosa: chi il padre, chi il figlio. Sono tre persone distrutte che non hanno più nulla da perdere. Ma ogni dettaglio, nella loro storia, nel loro miracolo momentaneo e imperituro, ci rimanda addosso il suo significato e il monito a risollevarsi. Nati per morire, ma, attenzione Born to DIE. Per tornare da lei, Diane, Die, dalla persona che amiamo, dall’amore. (F. Di Martino, L. Delle Vedove, Xavier Dolan, Il sentimento dell’invisibile, cit.)

Ai tempi di J’ai tué ma mère sentivo di voler punire mia madre. Da allora sono passati solo cinque anni, e credo che per mezzo di Mommy, stia cercando di farla vendicare. (Xavier Dolan in Intervista a Xavier Dolan, http://www.cinemadelsilenzio.it)

28.11.2017 | JUSTE LA FIN DU MONDE

regia e sceneggiatura: Xavier Dolan; montaggio: Xavier Dolan; fotografia: André Turpin; interpreti: Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard; produzione: Sons of Manual, MK2 Productions, France 2 Cinéma.
v.o. francese, st. tedesco, 97’ – Canada/Francia 2016
Louis, giovane scrittore di successo che da tempo ha lasciato la sua casa di origine per vivere appieno la propria vita, torna a trovare la sua famiglia per comunicare di essere gravemente malato. Ad accoglierlo, ci sono sua madre e i suoi fratelli, ma anche le dinamiche nevrotiche che lo avevano allontanato dodici anni prima. Mentre sua sorella minore Suzanne lo accoglie a braccia aperte, pur non avendo mai avuto modo di conoscerlo a fondo , la cognata Catherine si rivela talmente in imbarazzo da soffrire di balbuzie e sua madre spera che l’occasione porti a riallacciare un dialogo interrotto, in Antoine non tarda a riaccendersi la gelosia che ha sempre nutrito contro di lui.
Adattamento libero dell’omonima piece di Jean-Luc Lagarce e Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes 2016, l’ultima opera di Xavier Dolan […] è una danza di corpi sconvolti nella loro quotidianità, un’immersione tra le emozioni familiari, ma soprattutto umane, tra ricordi, nostalgie, scorci di vita vissuta ed una riflessione su come l’assenza scavi solchi invalicabili tra i sentimenti. L’impossibilità di comunicare nasce a distanza, fisica ed emotiva, consolidata tra il rammarico, lo sconforto e le incomprensioni, ma il desiderio di tornare ad amare l’oggetto perduto amplifica le reazioni, trasformando i volti in tele munchiane, tra paesaggi di solitudini e figure che urlano il loro bisogno di amare, affogando, ognuna, nel proprio personale abbandono. (Mariangela Sansone, in “Cineforum” 561, gennaio – febbraio 2017)

I personaggi del mio film non si capiscono, non si ascoltano, non riescono a esprimere le loro differenze. C’è quindi una grande distanza tra loro, una tristezza più vasta che li separa più che unirli. È altrettanto complesso per Louis fare coming-out soprattutto verso se stesso. Tutto dipende dal mondo in cui ogni persona vive. Talvolta, tra una città e l’altra, con poche centinaia di metri di distanza geografica, c’è comunque una distanza culturale di centinaia di anni. Sia in Europa che negli Stati Uniti vedo una recrudescenza dell’omofobia e del razzismo. C’è da chiedersi se di fondo, la nostra società si è veramente evoluta, o se in questi ultimi anni ci è stata raccontata una bugia. (Xavier Dolan in Xavier Dolan, il cinema la fotografia e le assenze: “La pellicola è l’anima del film, come un cuore che batte” in www.ilfattoquotidiano.it)