ZELIG
regia, soggetto, sceneggiatura: Woody Allen; fotografia: Gordon Willis; musiche: Dick Hyman; montaggio:Susan E. Morse; interpreti: Woody Allen, Mia Farrow, John Buckwalter…; produzione: Robert Greenhut
v.o. inglese; st. italiano; bianco e nero, colore; 79′ – USA 1983
Premio Pasinetti per il miglior film, Festival di Venezia 1983
David di Donatello a Woody Allen come miglior attore straniero 1983
Dopo i ringraziamenti iniziali a personaggi che avranno un ruolo nel film, scorrono sullo schermo le immagini del classico “trionfo” all’americana riservato all’eroe del momento. Il protagonista è il personaggio di cui ci parlano Susan Sontag, Irving Howe e Saul Bellow: Leonard Zelig. Lo speaker ci informa sul clima di euforia che si respira nell’America della fine degli anni Trenta. Abile narratore di questo periodo storico è Francis Scott Fitzgerald, il quale annota di aver incontrato a un party un aristocratico di modi e di linguaggio, nettamente schierato a favore dei repubblicani. Di lì a poco lo trova a fianco dei domestici mentre parla con il loro dialetto e sembra, in tutto e per tutto, appartenere al loro ceto. È Zelig la persona di cui scrive Fitzgerald; l’uomo che può diventare pellerossa con i pellerossa e cinese con i cinesi in quanto affetto da una misteriosa malattia di origine psicosomatica che ne muta l’aspetto a seconda del contesto in cui viene a trovarsi. […] Zelig diventa un personaggio notissimo. I medici non riescono però a scoprire le cause delle sue mutazioni. Solo una psichiatra, la dottoressa Eudora Fletcher, decide di approfondire il caso e di affrontare il territorio dell’inconscio. Zelig le rivela allora di avere un enorme bisogno di riconoscimento sociale che si muta in un camaleontismo finalizzato all’essere accettato.
[…] Zelig come riflessione sull’individuo nei rapporti con la società e sul potere dei mezzi di comunicazione, dunque. Allen decide di tornare alla forma linguisticamente più articolata di rapporto tra finzione e realtà. Chiunque si occupi di comunicazione audiovisiva sa con precisione che il “genere” documentario che pretende all’obiettività è in realtà frutto di continue scelte (di inquadratura, di montaggio, di colonna sonora) che ne mettono statutariamente in gioco la veridicità. Allen torna quindi a visitare questo territorio insidioso, come già aveva fatto all’inizio della propria attività con Prendi i soldi e scappa. […] e elabora un metadiscorso estremamente raffinato sulla valenza comunicativa costruendo un falso documento che, con i toni della serietà argomentativa, mescola, sino a confonderli, il vero documento d’epoca, la falsificazione qualitativamente perfetta e l’intervista ad esponenti della cultura contemporanea che si prestano al ruolo di “testimonial” della veridicità di quanto mostrato. (mymovies.it)