tutto vero (forse)

il mockumentary

cinema Iride | ore 20:30

Sarà vero? Bella domanda, soprattutto in questi tempi di intelligenza artificiale, deep fake e propaganda. Un motivo in più per riflettere sul valore delle immagini, sul senso di una narrazione, sulle modalità espressive. E non è facile districarsi tra quello che è vero, quello che è verosimile e quello che è spudoratamente falso. Da qui il bisogno di fare esercizio, di tuffarci nel mondo del “mockumentary”, termine che nasce dalla composizione di due parole fondamentali per questo percorso: mock, ovvero «prendere in giro» e documentary, il «documentario» classico. Un genere quindi, che è fiction ma che usa lo stile del documentario. Che è diversissimo dalla “docufiction”, in cui i due elementi si uniscono per raccontare una storia (vera) usando immagini ricreate quando quelle vere non esistono… E il “mock”, il prendere in giro, è proprio la cifra stilistica del genere, decisamente comico, paradossale, politico e satirico.

Le origini possiamo farle risalire agli anni ’60 del XX Secolo: forse non il primo, ma di sicuro il primo ad avere successo, fu A Hard Day’s Night dei Beatles (1964) diretto da Richard Lester, una finta narrazione della Beatlemania usato come lancio promozionale per l’album omonimo. Ma in quel segmento temporale arriva anche Prendi i soldi e scappa di Woody Allen (1969), con il suo protagonista Virgil Starkwell di cui viene narrata la vita, e che diventa una sorta di test (di grande successo) per quello che sarà poi il suo capolavoro Zelig (1983).

Spesso usato per la sua funzione di critica sociale, il mockumentary proprio per la sua struttura rigidamente documentaristica permette di fare parodie su personaggi o situazioni reali (basta un titolo: Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan di Larry Charles con Sacha Baron Cohen del 2006); per commentare fenomeni sociali (Opération Lune di William Karel del 2001 e il complottismo sulla conquista della Luna che non ci ha mai abbandonato da quell’estate del 1969); per estremizzare dinamiche quotidiane o generare tensione (The Blair Witch Project di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez del 1999).

Un artificio creativo che permette di tutto (e di più) per mettere in discussione il sistema dei media e dell’informazione, le dinamiche del potere, la costruzione -e decostruzione- della verità. Il tutto grazie ad una padronanza dei generi cinematografici, alla bravura di chi vi partecipa, specie gli “attori” che improvvisano come se fossero intervistati reali eventi e storie puramente inventate. Poco importa che il film sia costruito su “immagini video ritrovate casualmente” (ed imperfettamente artefatte, o volutamente sbagliate) o che si racconti una storia fatta e finita. In questo mondo tutto può succedere, quindi… occhi aperti e buon divertimento!

 

Alessandro Bertoglio

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